Negli ultimi anni si è assistito allo sviluppo di nuove e più sofisticate tecnologie che stanno cambiando completamente il modo di diagnosticare il tumore alla prostata.

Ogni anno, in Italia, sono circa 36 mila i nuovi casi di carcinoma alla prostata e la mortalità è costantemente in calo grazie alla diagnosi precoce, che permette di riconoscere la presenza della malattia in fase iniziale quando è più semplice da curare, e grazie alle numerose terapie oggi a disposizione come la chirurgia robotica, tra i nuovi markers che hanno un affidabilità superiore al PSA è da segnalare il 4K, che può indicare con maggiore precisione la necessità di eseguire  una biopsia prostatica. Questo nuovo esame dosa 4 molecole della famiglia del PSA e può contribuire a evitare fino al 60% delle biopsie prostatiche. Anche in questo caso l’ultima novità è la cosiddetta Biopsia Fusion.

La biopsia per fusione

Da un mix di immagini provenienti da Risonanza Magnetica ed ecografia nasce la “biopsia per fusione “, tecnica che permette di guidare la biopsia del tumore alla prostata riuscendo ad indagare zone sospette. La “biopsia per fusione”, consente di mirare in maniera estremamente precisa le zone evidenziate dalla Risonanza Magnetica, trasferendovi le informazioni acquisite sull’immagine ecografica. Il risultato è una mappa tridimensionale che guida la biopsia, utile a ricostruire nel dettaglio la localizzazione e il volume del tumore.

Questa tecnica permette di effettuare un campionamento mirato, evitando biopsie superflue.

“La biopsia per fusione – spiega il dr Giuseppe Quarto, responsabile UROCENTER – aumenta la precisione ed evita di dover pungere più volte la stessa zona, poiché permette di mirare al bersaglio indicato dalla Risonanza Magnetica fuso con l’ecografo.  Nei soggetti che sfortunatamente presentano una diagnosi di tumore alla prostata, è possibile eseguire una chirurgia altamente mininvasiva, grazie all’ausilio della chirurgia robotica che permette risultati oncologici eccellenti con minori effetti collaterali.

 

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